Cerimonia di premiazione del Concorso “In viaggio con Dino Campana”

1-2 marzo Cerimonia di premiazione 139

Chiama viaggio anche la sua storia d’amore con Sibilla Aleramo Dino Campana, che condusse un’esistenza errante e vagabonda convinto che l’atto del pensare fosse connesso col camminare, col muoversi, col viaggiare alla ricerca di nuovi spazi, di nuove realtà, di nuove esperienze. Il tema del viaggio, così importante nella sua vita e nella sua poesia, è stato scelto dal Centro Studi Campaniani per il 3° Concorso Studentesco di poesia e grafico pittorico, rivolto agli alunni degli Istituti Comprensivi di Marradi e di alcuni comuni limitrofi.

L’ inaugurazione della mostra delle opere finaliste, tenutasi  il primo marzo nella ricorrenza dell’83° anniversario della morte del poeta, ha dato inizio  anche quest’anno alle attività dell’Associazione. Il pubblico presente ha potuto esprimere il proprio voto di preferenza alle opere esposte  al fine di assegnare il premio della giuria popolare.

Il giorno seguente si è svolta la cerimonia di premiazione dei vincitori e dei primi dieci finalisti nella sede del Centro Studi che a stento ha contenuto le classi che hanno aderito, nonostante la V A di Fognano, per formalità legate alle norme vigenti, non abbia potuto essere presente al suo completo. C’erano comunque la Dirigente di Brisighella prof. Carmelina Rocco  e alcuni dei premiati, accompagnati dai genitori.

I Concorsi studenteschi, ha spiegato la presidente del Centro Studi Mirna Gentilini, sono nati con l’intento di fare conoscere alle nuove generazioni un poeta sempre più apprezzato dalla critica moderna che lo annovera tra i maggiori del 900 letterario italiano. Si è complimentata con i docenti  che hanno aderito e hanno guidato in un percorso decisamente impegnativo i loro alunni, ottenendo ottimi risultati: ne sono una testimonianza le intense liriche,  gli originali disegni pieni di colore con i quali hanno fotografato  i paesaggi e le emozioni dei loro viaggi reali o immaginari.

Per la sezione grafico pittorica è risultato vincitore Tommaso Berardi (Il viaggio sgradevole) classe V di Fognano , 2° Vittoria Visani (Dino sogna)  e 3° Gaia Betti(La cascata dei sogni), entrambe della  classe IV di Marradi; premio della giuria popolare ex equo a Marco Di Biase  (classe V Fognano),Iacopo Scalini (classe IV Marradi); altri finalisti: Anita Batistini,Giovanni Gigli, Alessandro Passalalpi( IV Marradi), Alessandro Belinelli, Riccardo Vernarecci(V Fognano).

Per la sezione poesia si è piazzata al primo posto Martina Messeri (Una notte a Furore), 2° classificato Filippo Monti ( La baia notturna) a cui è andato anche il premio del pubblico e 3° posto a  Giulia Samorè ( Ricordo di Viareggio) ; tra i finalisti, tutti della V di Marradi: Siria Gallina, Rosela Shpati e Sofia Tagliaferri.

Ai primi tre classificati di ciascuna sezione sono stati assegnati un attestato d’onore, buoni per acquisto di materiale scolastico e a tutti i finalisti una copia anastatica dei Canti Orfici nella pregiata edizione del centenario che il Centro Studi ha stampato in mille copie numerate.

Erano presenti insieme ai rappresentati del Centro Studi le autorità comunali di Marradi.

Ha concluso la cerimonia di premiazione Francesco Chiari cantando, su arrangiamenti  musicali inediti, testi tratti dai Canti Orfici che, prima di lui, alcuni alunni marradesi avevano letto in modo coinvolgente e sentito dimostrando come la poesia di Campana possa affascinare ed essere compresa a tutte le età.

 

1 marzo 1932: Dino Campana è Morto…

imagesdomenica 1 marzo

A ottantatre  anni dalla morte si rinnova, intenso e fulgido, il ricordo di Dino Campana, poeta.

Era nato ai piedi dell’Appennino tosco-romagnolo, tra vigne di Sangiovese e boschi di “Marron Buono”, nella grossa borgata di Marradi, già “Capitale culturale” della Romagna-Toscana, sul fiume Lamone, il 20 agosto 1885.

Spuntato nel clima borghese di una della famiglie bene, Dino è timido, scontroso, anticonformista.

Aperto ad esigenze libertarie, mal si adegua alla monotona vita del borgo e si muove turbinosamente in un mondo, che gli  diventa sempre più ostile.

Prende a fuggire in cerca di arie nuove, che plachino le sue ansie, aiutino le sue ricerche poetiche e gli rivelino la sua “Chimera”. Poi, sempre, ritorna all’ingrata terra, richiamato da un interno indomabile amore.

Tracciare il quadro biografico di un personaggio siffatto è, senza dubbio, impresa scabrosa, tanto è il travaglio, che circonda, anche platealmente, l’umano pellegrinaggio del nostro poeta, il più grande dei poeti del nostro novecento.

Amatore di donne maliarde, eteree, di luoghi incantevoli, mistici, eccitanti, di cui il nostro territorio è, anche se molto sconosciuto;  strapieno di realtà umili e sofferenti, che, nella loro  ignoranza, serbano grande affetto e stima al poeta.

Scopritore di luci e ombre violente, fosche, sfumate e, sempre, grande attaccamento al suo paesello, fatto di “fughe di tetti al sole, di lunghe verande fiorite, di cupole rosse, di campanili che si affollano, di commenti variopinti di archi, di larghi specchi d’azzurro”, ma anche di ostinata superficialità, di conformismo incallito, di “doctrina” insulsa ed ipocrita, sempre pronta a non capire, a condannare.

E’ profondamente spinto ad agitarsi, a mal sopportare lo sconforto crudele e a fuggire, come un perseguitato, dalla sua terra, che lo gratifica, quasi sempre, di un’annedottica semplicistica e falsificante l’alta poetica dell’artista che fu ribelle.

Si vorrebbe, ancora oggi, da qualche parte, far passare sulla sua opera quella zavorra, ma non serve, perché la poesia cristallina di Campana esplode genialmente in un impressionante  crescendo di luminosità, che abbaglia ed entusiasma i cuori e le menti con musicalità di armoniosi accenti, di colori smaglianti, di immagini paradisiache.

Tanti i cuori conquistati alla poesia campaniana.

“Son colorismo, più che altro, diceva Dino stesso dei suoi lavori originali, pregni di profonda sensibilità, che fanno presagire lo stato patologico, che si concluderà con le “tenebre” della follia, ma il cui risultato più puro proviene, – così il Cerchi -, da un incontro di realtà profondo”.

Quando la Stamperia Ravagli di Marradi, (dopo l’estenuante attesa di un giudizio di merito da parte del Soffici e del Papini, che, invece, smarrirono il manoscritto di Dino “Il giorno più lungo”) accetta, nel 1914, di stampare i “Canti Orfici”, dietro la concreta solidarietà del Prof. Luigi Bandini e altri pochi, si apre un capitolo nuovissimo ed “irripetibile” della nostra letteratura.

L’opuscolo giallo paglierino, con su scritto il titolo in nero, goticheggiante, semplice, disadorno appare come severa condanna del vuoto futurista,  incipiente preparazione di torbidi momenti.

Il messaggio campaniano, due sole parole “Canti Orfici” diretto all’anima e al cuore dell’uomo libero, sferra la grande offensiva, che porterà la netta vittoria della poesia e illuminerà di nuovi bagliori la soffertissima esistenza del Nostro, che aveva iniziato, nel 1918, l’atto finale della sua umana commedia col ricovero a Castel Pulci.

Aveva soltanto quarantasette anni, il primo marzo del 1932, quando il sipario calò sulla triste vicenda.

Silenzio profondissimo intorno e altri scempi scesero su Dino Campana e la sua opera, fatta eccezione di qualche inimmaginabile apertura.

E Marradi? Zitto!

Poi il risveglio, soprattutto, col Marradi dei giovani del dopoguerra, io fra essi, innamorati del loro “poeta maudì”, si arrivò alle basi di un “Premio Nazionale” di poesia, affidato ai prestigiosi nomi di Giorgio Saviane, Claudio Marabini e tanti altri importanti, che vedrà crescere a dismisura, la schiera dei cultori campaniani nel mondo, con tanti traduttori dei “Canti Orfici”. Un’azione continua di esaltazione di Dino Campana si propone, anche, di esaudire il grande desiderio del Poeta: quello di riposare nella sua Terra natale, anche se matrigna, desiderio irrealizzato, più per ragioni di bottega, che per nobiltà d’animo e riconoscenza. I resti mortali del Campana non sono mai arrivati nel mausoleo, semplice, ma amoroso, da tempo preparato nella sua città, così il suo spirito non ha ancora potuto acquietarsi nel “Ritorno”.

“ Nella stanza ove le schiuse sue forme dai velari della luna io cinsi un alito tardato: e sul crepuscolo la mia pristina lampada instella il mio cuore vago di ricordi ancora……

L’estate avrà purificato i cieli.

Gli arabeschi chiuderanno

un sarcofago

sotto ai cieli fosforei,

Il miracolo sublime

Io sarò ritto tra i ceri

Incoronato in fondo

tra le navate trionfali

sul popolo enorme prostrato

davanti la grande scalea

Svanente tra le brume lunari

Davanti l’infinito

della forza e del sogno”. “Canti Orfici”

Solo così finirà il torturato viaggio umano del “più povero dei Poeti portante una ricchezza indimenticabile”.

 

RENATO RIDOLFI

 

UNA STORICA BATTAGLIA MEDIEVALE AI CONFINI DELL’ALPE DI SAN BENEDETTO

BattagliaScalellesabato 28 febbraio  L’articolo che segue di Massimo Ragazzini è stato pubblicato su “Annali Romagna 2015”, supplemento al numero 79 di Libro Aperto, rivista di cultura diretta da Antonio Patuelli edita a Ravenna.

 Il 25 luglio 1358, al passo delle Scalelle, la Grande Compagnia, un ben armato esercito di cavalieri e fanti professionisti, senza dubbio la più terribile entità bellica operante nell’Italia del Trecento, fu travolta dagli abitanti di Marradi e dei paesi vicini.

Lo scontro, che avvenne fra le gole dell’Appennino romagnolo, ha ricevuto poca attenzione al di fuori dello stretto ambito degli storici medievisti, mentre è invece da considerare la prova più evidente, anche se non la sola, che le milizie contadine o comunali potevano farsi valere nei confronti dei mercenari delle compagnie di ventura.

Le premesse

Nel XIV secolo, per un cinquantennio, cioè dalla fine degli anni Trenta alla fine degli anni Ottanta, buona parte dei comuni e delle signorie dell’Italia centro-settentrionale ricorse alle compagnie di ventura straniere per affiancare, e in alcuni casi sostituire, le milizie cittadine[i].

L’argomento ha stimolato la fantasia di molti storici e romanzieri, che hanno spesso rappresentato le atrocità commesse dai soldati utilizzando elementi narrativi tipici della descrizione di ogni guerra[ii]. Niccolò Machiavelli definì le compagnie le “armi altrui”, in opposizione alle “armi proprie”, quelle messe a disposizione dall’arruolamento dei cittadini. E fu proprio il Machiavelli il primo teorico della “decadenza” delle qualità militari degli italiani. Questa lettura della storia italiana del Trecento proseguì nel Risorgimento, a opera di molti studiosi, e continuò anche nel ventennio fascista e nella prima parte del secondo dopoguerra. Gli Italiani del XIV secolo avrebbero rinunciato, per pigrizia e viltà, a combattere in proprio. Si può citare, sul tema, lo storico del Settecento Carlo Denina, il quale, dopo avere ricordato che, fino a circa il 1340, “se non tutte, certamente il maggior nerbo delle milizie erano proprie e naturali di ciascuno stato, o libero o monarchico che si fosse”, definì l’utilizzo delle compagnie di ventura, divenuto in poco tempo “comune a tutti i principi e le repubbliche italiane”, come “il maggior danno che patisse l’Italia”, poiché “cittadini e sudditi perderono ogni voglia di militare in concorrenza di quelle (…) compagnie”. La nostra penisola, secondo il Denina, “trovandosi disarmata per la decadenza delle milizie proprie, restò esposta a tutte le invasioni delle potenze straniere nell’entrare del secolo decimosesto”[iii]. Nell’utilizzo delle compagnie di ventura dovevano quindi essere ricercate, secondo la teoria della “decadenza”, le radici di una pretesa secolare incapacità degli Italiani a combattere con le proprie armi.

Alcuni studi condotti negli ultimi anni sul concreto svolgimento delle guerre e sull’organizzazione militare nel Trecento hanno tuttavia contribuito a inquadrare con maggior correttezza il fenomeno delle compagnie. Secondo lo storico Paolo Grillo le principali motivazioni del successo delle compagnie possono essere ricondotte a due cause: la prima fu la ‘crisi militare’ delle città italiane, dovuta alla ricchezza raggiunta da nobili, banchieri e mercanti, che si sarebbero progressivamente rifiutati di prestare servizio a cavallo; la seconda fu la volontà politica dei signori, ormai affermatisi in molte città, di disarmare la popolazione a favore di gruppi di mercenari che essi potevano tenersi legati con il denaro. Grillo afferma che “le due tesi meritano di essere discusse e verificate caso per caso, in modo da delineare fedelmente la situazione reale, in base ai dati forniti dai documenti”[iv]. Anche nel periodo di maggior ricorso alle compagnie di ventura, l’uso dei soldati mercenari non sostituì mai del tutto l’antica e consolidata tradizione del servizio armato fornito dagli abitanti. Il convincimento che fosse doverosa e utile la partecipazione del popolo alla guerra rimase saldo, sia nei comuni sia nei domini signorili. E se i signori miravano ad avere la disponibilità di consistenti nuclei di mercenari per privare delle armi e delle capacità belliche le fazioni ostili, tuttavia “nessuno volle mai disarmare del tutto le popolazioni suddite, poiché ciò avrebbe implicato minare alla radice le stesse capacità difensive del territorio dominato”[v].

Non si può neanche affermare che il ricorso a forze mercenarie fosse iniziato in Italia solo nel XIV secolo. L’utilizzo di soldati stranieri coesisteva con le milizie civiche ed era diffuso anche in piena età comunale, come ricordava già nell’Ottocento lo storico Arcangelo Piccioli: “Non è da credere che solamente a’ giorni nostri [nel XIV secolo, n.d.A.] incominciasse tra noi l’uso di tenere truppe assoldate: ciò fu proprio di tutte le genti e d’ogni tempo; né devesi al secolo che descriviamo altro che la universalità del costume. (…) Nel secolo decimosecondo e più nel decimoterzo frequenti erano le compagnie di soldati mercenarj retti da un contestabile o capitano. Eravi ancora cavalieri, che fattisi capi di venti, trenta o cinquanta lance, andavano agli stipendi di questo o quel principe”[vi]. Si aggiunga che nel medesimo periodo anche negli altri Stati europei gli eserciti feudali e comunali venivano integrati con combattenti di mestiere stipendiati.

La prevalenza assunta dalle compagnie di ventura straniere nelle guerre italiane del Trecento può, quindi, essere spiegata come una crescita esasperata di una tendenza già in atto, dovuta da un lato alla notevole disponibilità di denaro nelle città mercantili del centro-nord[vii] e dall’altro alla grande quantità di militari europei facilmente assoldabili a causa delle interruzioni della Guerra dei cent’anni, interruzioni che lasciavano prive di occupazione consistenti masse di combattenti[viii].

 

La Grande Compagnia

Le compagnie guerreggiavano, quando avevano concluso accordi contrattuali con signori e comuni, oppure estorcevano denaro.

I soldati non si accontentavano del diritto di passo e delle offerte di vettovaglie: le terre che attraversavano erano loro prede di guerra da saccheggiare e mettere a ferro e fuoco[ix]. In più occasioni gli stati minori furono costretti a negoziare e a pagare imponenti somme di denaro a unità di mercenari non per averle al proprio servizio, ma per evitare che rubassero e seminassero morte, atrocità, distruzioni[x].

Il più consistente e temibile esercito mercenario dell’Italia del XIV secolo fu la cosiddetta Grande Compagnia, formata da un numero di cavalieri, in maggioranza stranieri, variabile fra i 1.500 e i 3.000, e da molte migliaia di fanti e ausiliari, affiancati da servitori e prostitute. In alcuni momenti essa ebbe fino a 20-30.000 componenti e “si distinse per la sua inaffidabilità, poiché si dava al migliore offerente e cambiava spesso bandiera, senza rispettare i patti conclusi”[xi]. Negli anni Cinquanta del Trecento si mosse prevalentemente nell’Italia centrale, combattendo di rado e incassando somme cospicue dalle città che volevano evitarne le molestie. Anche in queste zone, tuttavia, quando le forze locali decisero di opporsi risolutamente sia ai saccheggi e alle efferatezze, sia alle estorsioni, il cui costo stava diventando pericoloso per le finanze dei comuni[xii], la Grande Compagnia e le altre unità mercenarie furono messe in grave difficoltà e subirono sconfitte significative.

Quel che avvenne nel 1357 al valico dello Stale e, ancor di più, lo scontro dell’anno successivo nei pressi di Marradi, furono la dimostrazione lampante che le compagnie di mercenari stranieri non erano invincibili.

 

Le fortificazioni campali al valico dello Stale

Nel giugno del 1357, la Grande Compagnia, passata al comando del conte tedesco Corrado di Landau, il conte Lando delle cronache fiorentine, dopo che il suo fondatore Giovanni Montréal du Bar, detto Fra’ Moriale, era stato giustiziato a Roma da Cola di Rienzo, era accampata nel Bolognese.

La Compagnia minacciava di passare l’Appennino attraverso la via che portava al valico dello Stale, corrispondente, pressappoco, all’odierno Passo della Futa. In ragione della natura del terreno (una “piaggia aperta”, come la descrisse Matteo Villani, storico fiorentino del Trecento), le truppe in movimento non erano obbligate ad assottigliare i ranghi e i cavalieri a smontare dalle loro cavalcature. Lo Stale poteva quindi essere attraversato anche da un imponente numero di armati. Il Comune di Firenze, per impedire il passaggio della Grande Compagnia, schierò rapidamente sul valico con l’aiuto degli alleati conti Ubaldini, feudatari con possedimenti nell’Appenino tosco-romagnolo, un contingente di “circa 8000 uomini tra i quali 3000 balestrieri e 800 cavalieri”[xiii]. Venne anche presa la decisione di erigere in tutta fretta una fortificazione campale che sbarrasse la strada nella parte più scoperta del valico lungo una linea che univa due rilievi. In una ventina di giorni si procedette alla realizzazione di un fossato “lungo circa 2500 metri” e, sul terrapieno, ricavato con la terra di riporto dello scavo, fu innalzata una palizzata di tronchi di faggio. In posizione più arretrata furono allestiti gli alloggiamenti per il numeroso contingente di armati[xiv].

La mobilitazione di armati e lo sbarramento furono largamente sufficienti per far desistere Corrado di Landau che, non intenzionato a impegnarsi in una difficile battaglia senza la prospettiva di un compenso, rinunciò al passaggio dell’Appennino. I mercenari si diressero verso la Romagna e si accamparono temporaneamente nelle vicinanze di Forlì.

 

La battaglia delle Scalelle

L’anno successivo, nell’estate del 1358, la Compagnia si ripresentò in “Romagna a’ confini del Bolognese”[xv] con la ferma intenzione di spingersi oltre l’Appennino e passare poi attraverso il territorio fiorentino. Corrado di Landau era stato infatti ingaggiato dai Senesi per un’azione militare punitiva della durata di un mese nel territorio perugino[xvi]. Iniziò una lunga e complessa trattativa diplomatica fra il Comune di Firenze e la Compagnia. Gli inviati fiorentini riuscirono ad accordarsi con il conte di Landau per un transito lontano dalla città e dalla piana ad essa circostante, transito da svolgersi attraverso zone di montagna meno popolate che, “pur parte teorica del comitatus fiorentino e da tempo ambìte dall’espansione comunale, erano allora piccole contee sotto dominio signorile”[xvii]. Fu raggiunta un’intesa anche sui luoghi dove sarebbero stati approntati gli approvvigionamenti, che dovevano essere a carico dei mercenari[xviii]. La Compagnia, dopo avere risalito la strada Faentina fino a Marradi, sarebbe transitata su territori appenninici appartenenti ai Manfredi di Marradi, ai Guidi e ai Bardi. Si trattava di una via che collegava direttamente la valle del Lamone a quella del Comano e poi a quella della Sieve. Arrivate a Marradi, le truppe di Corrado di Landau avrebbero proseguito fino a Biforco; da qui avrebbero dovuto prendere la strada delle Scalelle in direzione del passo omonimo, risalire il torrente Campigno sulla riva destra, in mezzo a dirupi e fitti boschi, e arrivare in vetta al passo. L’itinerario prevedeva poi l’attraversamento dell’Alpe di San Benedetto al giogo di Belforte e la discesa al castello di Ampinana e a Dicomano. Da lì la strada da percorrere risaliva a Vicorati, attraversava i contrafforti del Falterona e proseguiva per Bibbiena in Casentino, da dove la Compagnia si sarebbe diretta nella piana di Arezzo in direzione di Perugia[xix]. Il capitano di ventura trattenne gli inviati fiorentini come ostaggi a tutela della sicurezza dei suoi soldati nel percorso fra le montagne e a garanzia dell’accordo. È da rilevare che gli inviati erano stati scelti tra i notabili di alto rango della città e avevano raggiunto l’accordo con il conte di Landau senza esplicita autorizzazione del governo fiorentino[xx].

Le truppe mercenarie, circa 3.500 cavalieri seguiti da fanti e salmerie, dopo aver percorso la strada Faentina, il 24 luglio si accamparono tra Castiglione e Biforco, nei pressi di Marradi[xxi]. Venendo meno agli accordi presi con l’ambasceria fiorentina, i soldati si impadronirono senza pagare delle vettovaglie preparate dagli abitanti; inoltre si misero a rubare tutto ciò che era a portata di mano, a oltraggiare i paesani, “a violentare donne e fanciulle, a depredare terre e casolari”[xxii]. Gli abitanti di Marradi e dei paesi vicini si organizzarono tempestivamente con l’intento di vendicarsi delle ingiurie e dei danni subìti e, di notte, si recarono sulle montagne. Anche i signori della zona, i Guidi, feudatari di Biforco, gli Ubaldini, feudatari di Castiglione, e i Manfredi, feudatari di Marradi, dettero il loro assenso.

La mattina del 25 luglio la Compagnia imboccò la strada dell’angusta valle del torrente Campigno, affluente del Lamone. Si tratta di luoghi scoscesi, con strette gole, burroni, rocce e foreste. L’esercito del conte di Landau fu diviso in tre gruppi. Il contingente di avanguardia, che era comandato da Amerigo del Cavalletto e comprendeva gli ambasciatori del comune di Firenze, attraversò il passo delle Scalelle senza incontrare ostacoli e continuò la sua marcia. I marradesi fecero la scelta tattica di aggredire il grosso della Compagnia, comandato da Corrado di Landau. Questo secondo e più numeroso gruppo stava per iniziare il ripido pezzo di strada che portava al passo delle Scalelle, con i cavalieri disposti l’uno dietro l’altro,  quando si trovò davanti circa ottanta abitanti, affacciatisi sulla cresta del monte soprastante, che fecero rotolare dall’alto sui mercenari grosse pietre e tronchi d’albero, infliggendo loro gravi perdite e costringendoli a ripiegare. Fu allora che sulla cima di tutte le montagne circostanti comparvero molti altri marradesi armati che iniziarono a far precipitare sui cavalieri massi e tronchi. A dar man forte ai valligiani, afferma lo storico Duccio Balestracci, c’era anche un “contingente di balestrieri fiorentini”[xxiii], che probabilmente stazionava da giorni nelle vicinanze per pattugliare i confini di Firenze e per controllare i mercenari. Il conte di Landau capì di essere accerchiato e ordinò a un’unità di circa cento cavalieri ungheresi di scendere da cavallo e contrastare a piedi gli assalitori. Avvantaggiati dalla posizione più elevata, gli abitanti respinsero gli ungheresi, uccidendone molti. Il comandante del terzo contingente, il conte Broccardo di Landau, fratello di Corrado, arrivò per soccorrere il grosso della Compagnia, ma fu colpito da un grande masso gettato dall’alto del monte e morì.

La situazione per la compagnia di ventura divenne critica. Il disordine era generale, i cavalli, stretti in un angusto sentiero, s’impennavano, i soldati non potevano né avanzare né indietreggiare e la pioggia di proiettili di ogni genere uccideva fanti, cavalli e cavalieri. I valligiani scesero dalle cime delle montagne e iniziarono a colpire con lance, picche e forconi i soldati che si trovavano sotto di loro. Matteo Villani narra così gli eventi successivi:

 

Veggendo i villani che già erano scesi alle spalle de’ cavalieri in luogo che li potevano fedire colle lance manesche, che i cavalieri per la morte di molti di loro erano inviliti, e per la strettezza di loro non si potere ordinare a difesa, né per niuno modo abile atare [aiutare], scesono con loro alle mani; e uno fedele del conte Guido [della famiglia dei Guidi di Battifolle] con dodici compagni arditamente si dirizzò al conte di Lando [Corrado di Landau], e valentemente l’assalì. Il conte colla spada fè bella difesa: alla fine non potendo alle forze resistere, s’arrendè prigione, porgendo la spada per la punta[1].

 

I mercenari, vedendo il loro capo prigioniero, si spogliarono delle armature e delle armi e tentarono la fuga attraverso i boschi. Molti dei fuggitivi furono catturati e depredati dai marradesi. La sconfitta subita dalle Grande Compagnia fu pesantissima: 300 cavalieri furono uccisi e assai di più, fra cui lo stesso comandante, fatti prigionieri[2]. Gli abitanti poterono impadronirsi di 1.000 cavalli da guerra, di 300 palafreni (cavalli da viaggio e da parata), delle armi e dei bagagli abbandonati dai soldati in fuga, nonché  di un ricco bottino, frutto delle ladronerie e delle estorsioni commesse dai mercenari[3]. I soldati sopravvissuti alla battaglia che non erano stati fatti prigionieri erano ormai dispersi o non più idonei a combattere.

Rimaneva intatta della Grande Compagnia solamente l’avanguardia comandata da Amerigo del Cavalletto. Giunto al giogo di Belforte, Amerigo apprese della totale disfatta dell’esercito che lo seguiva e si affrettò a raggiungere Dicomano, dove apprestò fortificazioni per respingere eventuali attacchi.

La situazione era favorevolissima per Firenze, poiché i mercenari erano circondati dagli uomini dei Guidi, dei Bardi e dei loro vassalli e i Fiorentini stavano facendo giungere a Dicomano, dalle zone circostanti, quasi dodicimila armati: la Grande Compagnia poteva essere completamente annientata. Firenze, anche a causa del comportamento dei propri inviati, prigionieri di Amerigo, non ebbe però la capacità decisionale di approfittare della situazione. Corrado di Landau fu liberato e fu consentito il ripiegamento del resto della Compagnia verso il Bolognese. Matteo Villani commentò amaramente che fu persa l’occasione di annientare definitivamente la minaccia:

 

E se fatto si fosse, come fare si potea e dovea in Dicomano, senza rimedio si spegnea il nome della compagnia per lungo tempo in Italia[4].

 

La Grande Compagnia cessò di esistere solo cinque anni dopo, in seguito alla morte di Corrado di Landau avvenuta nell’aprile 1363 per le ferite riportate nella battaglia del ponte di Canturino presso Novara.

 

Conclusioni

Il micidiale agguato delle Scalelle fu, senza dubbio, la più clamorosa sconfitta di una compagnia di ventura straniera in Italia. Molte altre battaglie furono vinte da combattenti delle città e delle campagne, a dimostrazione che, anche nel periodo di maggiore diffusione delle compagnie, non vi era stata quella “decadenza” delle virtù belliche degli italiani narrata dalla letteratura di tradizione romantica. La stessa Grande Compagnia, impegnata a cercare la rivincita su Firenze, nel mese di luglio del 1359 fu respinta da un esercito cittadino comandato da Pandolfo Malatesta al Campo delle mosche, nel Lucchese. Nel novembre del 1361 gli abitanti di Parma respinsero alcune unità ungheresi, causando loro pesanti perdite. I Senesi, nel 1381, radunati 300 balestrieri, alcune centinaia di fanti e una gran massa di contadini, attaccarono di sorpresa un’unità bretone e la sconfissero. Nelle cronache che narrano le vicende delle città italiane nel Trecento si possono trovare molti altri esempi di fatti analoghi.

Alla fine del XIV secolo la figura del capitano di ventura cominciò a mutare: i comandanti mercenari furono sempre più spesso principi di piccoli Stati o detentori di feudi, disposti a legarsi abbastanza stabilmente a questa o quella potenza. Nell’Italia del Quattrocento si erano consolidati cinque Stati principali: Milano, Venezia, Firenze, lo Stato pontificio e il regno di Napoli. Le compagnie di combattenti professionali, in un ‘mercato’ sostanzialmente polarizzato attorno a questi cinque committenti, non poterono più contrattare liberamente le proprie prestazioni e ancor meno poterono ricattare coloro che li ingaggiavano, ma dovettero assicurare un buon livello di affidabilità.

Vennero anche introdotte le ‘condotte di pace’, che consentivano di prolungare l’impiego delle compagnie, magari a ranghi ridotti, in periodi successivi alla conclusione delle ostilità: i contratti si allungarono, fino a diventare annuali o pluriennali.

Un’oculata politica di ‘infeudazioni’ costituì un fattore di consolidamento dei rapporti fra Stati e condottieri: molti comandanti furono stabilmente insediati quali vassalli sul territorio di chi li aveva assunti, giungendo a una piena coincidenza di interessi fra governi e militari. A quel punto, per i condottieri, difendere lo Stato che aveva loro attribuito i feudi, equivaleva a difendere i propri possedimenti[5].

 



[1] M. Villani, cit., libro VIII, 74.

[2] Scrive il Villani, cit., libro VIII, 74: “Arrenduto il conte di Lando [Corrado di Landau], tutti i cavalieri smontarono da cavallo, e come il più presto poterono, spogliate l’armi per essere leggieri, si diedono alla fuga, e come ciascuno meglio potea saliano per le ripe, e per li boschi e burrati fuggendo. Allora non solo gli uomini, ma le femmine ch’erano corse al romore, e atare [aiutare] i loro mariti almeno con voltare delle pietre, gli spogliavano, e loro toglieano le cinture d’argento, e’ denari e gli altri arnesi: e avvegnaché assai ne fuggissono per questo modo (…) e benché fossono usciti dal passo, errando molti presi ne furono nelle circustanze dagli altri paesani che non s’erano trovati alla zuffa”.

[3] Ivi, libro VIII, 74.

[4] Ivi, libro VIII, 77.

[5] P. Grillo, cit., pp. 166-173.



NOTE

[i] Sulle compagnie di ventura si vedano M. Mallet, Signori e mercenari, Il Mulino, Bologna, 2006; P. Contamine, La guerra nel Medioevo, Il Mulino, Bologna, 2005; G. Canestrini, Documenti per servire alla storia della milizia italiana dal XIII secolo al XV, in “Archivio storico italiano”, Prima serie XV (1851); E. Ricotti, Storia delle compagnie di ventura in Italia, 4 voll., G. Pomba e C., Torino, 1846.

[ii] Si veda, per esempio, il seguente testo: “Allora gli Inglesi (…) entrarono nel territorio di Novara in numero di 2000 e più e si impadronirono di tutte le terre del contado (…) violando le donne e facendo riscattare gli uomini e chiudendo in casse chiodate o annegando nei fossi coloro che non pagavano al più presto; infatti ne annegarono mille, soprattutto nella terra di Sizzano, nella quale entrarono per prima, poiché era indifesa a causa della pestilenza, stuprando le mogli in presenza del marito e le figlie vergini davanti ai padri”; in P. Azario, Liber gestorum in Lombardia, a cura di F. Cognasso, in Rerum Italicarum Scriptores, t. XVI, Zanichelli, Bologna, s.d., p. 110.

[iii] C. Denina, Le rivoluzioni d’Italia, Vol. II, Batelli, Firenze, 1844, pp. 421-426.

[iv] P. Grillo, Cavalieri e popoli in armi, Laterza, Roma-Bari, 2008, p. 149.

[v] P. Grillo, cit, p. 149.

[vi] A. Piccioli, I fatti principali della storia di Toscana, Tipi calasanziani, Firenze, 1856, p. 262. Sul ricorso a mercenari stranieri prima del XIV secolo si veda anche C. Denina, cit., p. 421: “Era bensì costume antico che nelle più ardue e pericolose guerre si soldassero cavalieri e fanti tedeschi; perché scendendo costoro a cercar fortuna in Italia, spezialmente in occasione che i re di Germania venivano a pigliar la corona, rare eran le volte che se ne tornassero tutti in Alemagna, finite le imprese del re. Molti di loro s’acconciavano al servizio delle repubbliche e de’ principi italiani, e molti ancora ne venivano per questo a bella posta di oltremonti”.

[vii] P. Grillo, cit., p. 150.

[viii] Il trattato di Bretigny dell’8 maggio 1360, tra Edoardo III d’Inghilterra e Giovanni II di Francia, consentì una tregua di nove anni nel corso della Guerra dei cent’anni (1337-1453). Vedasi E. Cosneau, Les grands traités de la guerre de cent ans, Picard, Paris, 1889, p. 33.

[ix] D. Balestracci, Le guerre di Siena nel secolo XIV, in Fortilizi e campi di battaglia nel Medioevo attorno a Siena, a cura di M. Marrocchi, Nuova immagine, Siena, 1998, p. 18.

[x] Il testo che segue è un accordo fra Lucca e il capitano di una compagnia di ventura sottoscritto il 31 marzo 1371: “Sia noto a tutti che io Enrico Chezer di Germania, caporale e consocio del signor conte Lucio, capitano della Grande Compagnia, anche a nome del mio consocio Oswald Buler, ho ricevuto dagli anziani del comune e del popolo di Lucca 2.000 fiorini d’oro, oltre alla ricompensa avuta da detto signor conte, per sé e per i suoi soci con i detti anziani di Lucca. E prometto e giuro sulla mia fede e la legalità militare, a nome mio e tutti gli altri miei caporali e sottoposti, che d’ora in poi, per un anno terrò i Lucchesi e i loro sottoposti come amici e fratelli e non li offenderò o danneggerò nelle persone o nei beni, né a mio vantaggio, né a favore di altri”; in S. Selzer, Deutsche Söldner im Italien des Trecento, M. Niemeyer, Tübingen, 2001, pp. 400-411, doc. 7.

[xi] P. Grillo, cit., p. 155.

[xii] P. Pirillo, Una “drole de guerre”: Firenze e le fortificazioni campali dello Stale (appennino tosco-emiliano), 1357-1358), in Fortilizi e campi di battaglia nel Medioevo attorno a Siena, cit., p. 269.

[xiii] Ivi, p. 271.

[xiv] Ivi, p. 272.

[xv] M. Villani, Cronica, Coen, Firenze, 1846, libro VIII, 42.

[xvi] Siena, nell’aprile del 1358, era stata sconfitta da Perugia nei pressi di Turrita e ingaggiò la Grande Compagnia per vendicarsi della città umbra; cfr. M. Villani, cit., libro VIII, 40-42.

[xvii] P. Pirillo, cit., p. 273.

[xviii] A. Altieri, La battaglia delle Scalelle, Marradi 1358, Pagnini e Martinelli, Firenze, 2004, p. 44.

[xix] Ivi, p. 45.

[xx] Gli inviati fiorentini erano Manno Donati, Giovanni Medici, Amerigo Cavalcanti, Simone Peruzzi e Filippo Machiavelli, antenato di Niccolò; cfr. M. Villani, cit., libro VIII, 73.

[xxi] M. Villani, cit., libro VIII, 72-74.

[xxii] R. Ridolfi, Campigno, Grafiche di Marradi, Marradi, 1985, p. 9.

[xxiii] D. Balestracci, Le armi, i cavalli, l’oro. Giovanni Acuto e i condottieri nell’Italia del Trecento, Laterza, Bari, 2009, pp. 91-92.

Iscriz. nel rg. del Tribunale di Firenze il 3/06/2010 n. 5780, Direttore Responsabile RAFFAELLA RIDOLFI