Domenica 5 luglio La Processione della Madonna del Popolo

giovedì 2 luglioimg350-163x300madonna

Nel tardo medioevo “un pio pellegrinaggio venuto dall’Oriente, lasciò a Marradi una graziosa statua della Madonna con il bimbo Gesù” La leggenda racconta che il pellegrino in età avanzata nel consegnare la sacra immagine assicurasse che un giorno sarebbe tornato a riprendersela ma non tornò mai più. I marradesi vollero chiamarla e venerarla come Madonna del Popolo e la elessero a loro protettrice. La prima festa della Madonna del Popolo si celebrò nel 1775. Quest’anno compie quindi duecento quaranta anni.

 

“Ne la sera dei fuochi… ne la luce deliziosa e bianca…”, Marradi con la processione entrerà nel sapore d’epoca della festa d’estate che Dino Campana ambientò nel suo paese natale, Tradizionalmente l’avvenimento ha una data ben precisa e cioè la seconda domenica di luglio, festa della Madonna del Popolo, ma nel 1906 la celebrazione, fu posticipata per farla coincidere con l’inaugurazione di una fiera di beneficenza allestita nel loggiato delle scuole comunali a favore dell’ Asilo infantile che si stava costruendo per accudire i figli delle molte donne lavoratrici.

Campana nella sezione undicesima e dodicesima della Notte (Canti Orfici) ricorda quella sera di fiera e di fuochi che le cronache del tempo datano 22 luglio 1906 e che fu “splendida ed imponente”

La redazione

Marradi si fregia da ventiquattro anni della medaglia d’oro al merito civile

mercoledì 1 luglio

Valdo Spini appunta la Medaglia d'oro sul Gonfalone di Marradi
Valdo Spini appunta la Medaglia d’oro sul Gonfalone di Marradi

Nel libro Testimonianze, ricordi dei comuni toscani del 1994 pubblicato dalla Regione Toscana si legge: “Per le vicende della guerra Marradi, unico Comune della Provincia di Firenze, ha ottenuto il 3 luglio 1991 la medaglia d’oro al merito civile”. “..Quando fui eletto sindaco, nell’autunno del ‘88, dopo avere ottenuto un intervento finanziario del Ministero della Difesa a favore del Sacrario di Crespino, riproposi il dossier ed ottenni, il 3 Luglio del ‘91, con decreto del Presidente della Repubblica, la Medaglia d’oro al merito civile per il Comune di Marradi con la seguente motivazione: “Piccolo centro attraversato dalla linea gotica, sopportava con fierissimo e dignitoso contegno spaventosi bombardamenti aerei e terrestri, subendo la distruzione della maggior parte del centro abitato e offrendo alla causa della Patria e della libertà il sacrificio eroico di quarantadue civili inermi, trucidati dalle truppe d’occupazione naziste”.Marradi e Palazzuolo ricordano l’eccidio di Crespino-Fantino-Lozzole e Campergozzole 17-18 luglio 1944

Sono passati settantuno anni da quella tragica estate del 1944 che ebbe come epicentro il territorio della piccola frazione di Crespino Sul Lamone. Marradi non dimentica e continua ad onorare i suoi martiri lo farà venerdì 17 e domenica 19 luglio alla presenza delle autorità civili, militari e religiose. Ho riletto in questi giorni sulla pubblicazione “Marradi Capitale Culturale della Romagna Toscana” -1993 -quanto ebbi a dire, parlando a Crespino insieme al sottosegretario di Stato agli interni del governo Andreotti, Valdo Spini  “…I sacrifici di tutto il popolo marradese durante il terribile conflitto hanno raggiunto limiti inimmaginabili. La ritrovata libertà, il senso di responsabilità e la ripresa positiva del pacifico, quotidiano travaglio sono state premiate con alto riconoscimento di virtù civica.”

Il 17 luglio ‘44 a Monte Lavane gli alleati effettuarono un lancio di armi, munizioni e vestiario destinati ai partigiani che, attaccati da ingenti forze nazifasciste, ingaggiarono un duro combattimento di otto ore Quello stesso giorno ed il giorno successivo, a Crespino, antico Borgo sorto intorno all’antica Abbazia vallombrosana di Santa Maria a Crespino sul Lamone, si consumò un’assurda tragedia. I nazisti si macchiarono dell’orrendo crimine di strage che non risparmiò neppure Don Fortunato Trioschi, arrestato insieme ai suoi parrocchiani e costretto a scavarsi la fossa prima di essere trucidato. I fatti sono da inquadrare nella recrudescenza nazista che in seguito alla caduta di Mussolini e all’8 settembre ’43 avevano fatto scattare “l’operazione Alarico” l’invasione e l’occupazione militare dell’Italia. Insieme a Don Trioschi, il 17 luglio, furono uccisi sul greto del Lamone, dove oggi sorge il sacrario, Luigi e Vittorio Bellini, Giuseppe e Lorenzo Ferrini, Giovanni Malavolti, Giuseppe e Guglielmo Nati, Angelo, Attilio Lorenzo fu Luigi e Lorenzo fu Pietro Pieri, Giuseppe Barlotti, Dante Chiarini, Pietro Tagliaferri, Ottavio Scarpelli, Luigi Vinci, Gherardo Visani, Adolfo Rosselli, Sante Bosi, Giulio Sartoni, Bruno Santoni e due persone non identificate. Abramo Tronconi fu fucilato a Fantino. Alfredo Beltrami, sua moglie Cecilia, e la figlia Lorena, furono fucilati il 17 luglio nel podere Il Prato con Alfredo Righini fucilato nell’aia. I Beltrami erano, padre, madre e sorella di Umberto il partigiano di cui Pietro Monti, detto Marconi, definito da Arturo Frontali, come il testimone che tutto ricorda della strage di Crespino, racconta: “Ha preso una bomba a mano e gliel’ha tirata (alla Croce Rossa) ed ha ucciso il tedesco ed insomma tutti e due, l’autista ed il ferito”. Il 18 luglio nel podere I Mengacci, di proprietà di Giovanni Buccivini Capecchi, i mezzadri, Francesco Botti, suo figlio Bruno diciassettenne, il quindicenne Pierino Caroli e suo padre Vincenzo, che era iscritto al partito fascista e che mostrò invano ai tedeschi la tessera, furono trucidati nonostante il disperato tentativo della coraggiosa mamma Palmira Gentilini Botti che, con le lettere dei figli militari in mano, cercava di far capire ai tedeschi che i suoi famigliari non c’entravano con i partigiani. Giuseppe Caroli e Adele Donatini furono fucilati al Cerreto di Fantino il 18 luglio come Dionisio Rossi. Carlo Quadalti contadino della Casa Nuova fu fucilato quello stesso giorno nel podere La Castellina dove si trovava per la mietitura a dare una mano ad Arturo Raspanti. La Wehrmacht aveva stabilito il proprio comando a Crespino, nella villa di Carlo Mazza, proprietario terriero della zona. I partigiani che operavano nell’area, ed ai quali erano associati i giovani renitenti alla leva repubblichina sbandati, erano quelli della 36^ Brigata Garibaldi Alessandro Bianconcini. Valeria Trupiano nel suo pregevole lavoro A sentirle sembran storielle Luglio 1944 La memoria della strage di civili nell’area di Crespino del Lamone del 2008 riporta quanto contenuto nel bollettino partigiano della Bianconcini datato Imola 21 ottobre 1945. Ventotto pagine consegnate alla Trupiano dall’ex partigiano Bruno.

 

Valdo Spini e Rodolfo Ridolfi a Crespino
Valdo Spini e Rodolfo Ridolfi a Crespino

Il bollettino, con la relazione ufficiale, contiene il diario delle azioni e dei sabotaggi giornalieri operati dalla brigata, gli spostamenti, le imboscate, le catture ed uccisioni di nazisti e spie fasciste, gli attacchi e le uccisioni di partigiani e di civili da parte dei tedeschi. A proposito della giornata del 17 luglio tra le varie azioni partigiane realizzate nel territorio viene descritta la seguente “Elementi misti delle compagnie di Paolo e di Marco attaccano il traffico sulla strada Faentina. Un automezzo tedesco distrutto, 2 soldati uccisi e sei feriti. Da parte nostra un ferito. A seguito di tale azione i tedeschi per rappresaglia massacrarono 35 coloni raccolti nei dintorni. La versione partigiana ha molto in comune con quella raccontata dagli abitanti di Crespino. Nel libro di Don Bruno Malavolti Estate di Fuoco, nella parte di Arturo Frontali che ricostruisce i fatti attraverso le testimonianze, si fa capire che alcuni giovani partigiani e soldati sbandati, dopo l’8 settembre, continuavano ad appoggiarsi al paese e al podere dei Mengacci. Verso la fine di aprile, alcuni di questi partigiani uccisero due tedeschi in località Casaglia. Sembra che una delle vittime fosse il comandante di un gruppo appartenente alla Marina tedesca, che era acquartierato a Villa Ersilia a Marradi. L’episodio, tuttavia, rimase impunito per l’intercessione di una nobildonna tedesca sfollata a Ronta che ebbe il merito di convincere gli occupanti a stipulare con il paese una sorta di patto di tregua. L’accordo venne tuttavia violato dai partigiani del posto che ai primi di luglio, presso il ponte di Spedina, catturarono altri due soldati, scaraventandone uno da un burrone e lasciandosi scappare il secondo che, raggiunti i suoi commilitoni, dette l’allarme. Successivamente, la mattina del 17 luglio, la stessa banda, appostata su una collinetta, attaccò una pattuglia tedesca uccidendo un soldato e scagliando una bomba a mano contro l’autoambulanza sopraggiunta dal vicino ospedale militare di Villa Fantino. Il 17 luglio, dopo appena un’ora dall’agguato, una seconda pattuglia tedesca, rinforzata da squadre provenienti da Marradi, arrivava sul posto, interrogava due contadini intenti alla mietitura, mentre uno affermava di avere visto i partigiani imboscarsi e fuggire dopo l’attentato, l’altro taceva e veniva ucciso perché ritenuto complice. La rappresaglia partì poi dal podere Prato con lo sterminio dell’intera famiglia Beltrami, cui apparteneva uno dei partigiani responsabili dell’attacco. I tedeschi rastrellarono tutti gli uomini che trovarono, li raccolsero presso Villa Mazza, sede del comando, poi li trasferirono sulle rive del Lamone e qui li fucilarono. Soltanto uno dei prigionieri, Giuseppe Mariano Maretti, sopravvisse all’esecuzione, morendo poi nel 1948 in seguito alle ferite riportate quel giorno. Convocato il parroco, Don Fortunato Trioschi, e altri due contadini sul luogo dell’eccidio, i tedeschi li costrinsero a scavare una fossa e li fucilarono sul posto. Il 18 luglio l’operazione proseguì a Fantino con l’invasione di casa Caroli, in località Mengacci: gli uomini, quattro, furono trattenuti nell’edificio, mentre le donne e i bambini furono portati, attraverso il castagneto, in una grotta naturale e lì sorvegliati con una mitragliatrice. Quando le donne ed i bambini, che erano stati rilasciati, tornarono verso il podere in fiamme, trovarono una scena agghiacciante: due uomini assassinati con il colpo di pistola alla nuca e due legati ai materassi e asfissiati. Un altro reparto, nazifascista, frattanto, era impegnato nella ricerca e nell’assassinio di contadini rimasti a Castellara, Castellina, Cerreto, Lozzole e Campergozzole. La mattanza si concluse la sera del 18 luglio, con un bilancio di 44 vittime nell’area Crespino, Fantino e Lozzole. Anche se la documentazione tedesca non fa espressamente riferimento alla strage, sembra di poter ricostruire la presenza sul territorio di unità di polizia tedesca o miste italo-tedesche, come il III Polizei Freiwilligen Bataillon Italien, il cui trasferimento presso l’Appennino è dato certo. Nella memoria comune, i partigiani avevano, come ha riportato nel suo libro Valeria Trupiani, “le loro colpe: rubavano in casa dei benestanti, ostentavano simboli comunisti compiendo operazioni contro i soldati tedeschi senza avere il coraggio di affrontarli a viso aperto”. Tuttavia la Trupiani ha anche aggiunto: “Quei giovani, che abbiamo denominato, così detti partigiani, avevano il diritto e il dovere di nascondersi tra le montagne per non farsi catturare e rischiare la morte o la deportazione in Germania”. Forse la strage sarebbe accaduta lo stesso ma in quelle vicende i partigiani non ebbero un comportamento esemplare, ne tanto meno eroico.

Rodolfo Ridolfi

L’anno di Michele Campana

Micaela Pazzi e Alba Maria Continelli V.Sindaco di Modigliana due protagoniste delle celebrazioni dedicate a Michele Campana
Micaela Pazzi e Alba Maria Continelli V.Sindaco di Modigliana due protagoniste delle celebrazioni dedicate a Michele Campana

domenica 28 giugno

Finalmente la sua città, ma anche il centro studi campaniani Enrico Consolini di Marradi, L’accademia  “Il Fauno” e l’Accademia degli Incamminati  rendono un doveroso tributo al grande scrittore Michele Campana  (Modigliana, Forlì, 1885 – Firenze, 1968). Scrittore, poeta, giornalista, conosce in collegio il suo coetaneo Dino Campana di cui non è parente stretto ma con il quale condivide lo stesso ceppo marradese. Trasferitosi a Firenze dove il padre apre una trattoria, continua a studiare da autodidatta ed è proprio ai tavoli della trattoria che conosce Mario Ferrigni, direttore del quotidiano democratico fiorentino “Il Nuovo giornale”, che gli offre un posto, prima come collaboratore poi come redattore. Comincia da questo momento un’intensa attività giornalistica presso numerose testate – “Il giornale del commercio”, La Toscana”, “Fantastica”, “L’Arena”, “Il popolo d’Italia”, “Corriere della Sera”, “La stampa”, “Corriere padano” – e una copiosa produzione narrativa e lirica: “Rime giovanili” (1904), “In paganìa” (1911), “Un anno sul Pasubio” (1916), “Perché ho ucciso?” (1916), “Creature” (1927), “In Romagna” (1931), “La musicalità della lingua italiana” (1934), “Il figlio dell’eroe” (1938), “Sotto il sole di Rimini” (1939), “Motivi” (1934) e “Altri motivi” (1939). Dopo la caduta del fascismo, al quale aderisce fin dagli esordi, deve accettare l’ospitalità di parenti e vivere modestamente fino a che, nel 1948, gli viene offerto il posto di capo cronista de “Il Tirreno” e può così riprendere l’attività giornalistica. Negli anni sessanta escono nuove opere letterarie, soprattutto poetiche: “Gioia di lotte” (1955), “Tre squilli” (1959), “Salire” (1960), “Fiamma dall’ombre” (1962), “Marameo con dieci dita” (1961).

3Nel 1957, Manlio Campana, fratello del poeta, chiese a Michele Campana di togliere dalle future edizioni della poesia Salgo per scale nere (Tre squilli, Firenze, “il Fauno”, 1957, p. 8) la dedica seguente: «A Manlio Campana nel nome del suo infelice fratello Dino».

In una lettera inedita a Michele Campana del 24 agosto 1957, così il fratello del poeta di Marradi giustificava la sua richiesta:

[..] per il riferimento a Dino – che mi riguarda e che ho l’impressione mi debba opprimere in eterno […] e per l’uso, nel riferimento, del termine sostanzialmente esatto (che anzi Lui è stato, come ben dici, veramente infelicissimo nella vita e nella morte) ma che non mi piace perché (da qualche tempo in qua) questa locuzione è divenuta per il poeta quasi una stabile appendice di pietismo equivoco in surrogazione di “dissennato” o “pazzo perenne”; tutto il contrario di quello che intendevi tu, e che tutti, con te, intendono per gli altri grandi: un fatto, cioè, fisico, accessorio, puramente accidentale, come un colorante della loro luce; mentre, per il Nostro, si tende ad usarlo, ad assumerlo, come un fattore essenziale e specifico della sua personalità e di tutta l’arte sua, cercandosi ogni labile e torta via per confondere l’una e l’altra insieme.

Michele Campana che, con il suo  “Danze di  fronte al mare” del 1931,  aveva costruito una sorta di guida eroico/poetica di quella Riviera romagnola  sentita e descritta come tempio della lussuria ai cui tentacoli anche un uomo  temprato dalla salda fede fascista avrebbe faticato a resistere. Una Riviera  che, comunque, per la sua romagnolità e per essere stata scelta dal Duce per i  riposi marini della sua famiglia e della sua amante, aveva in sé anche il gene  della rigenerazione e del riscatto.

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Una Riviera che Campana riprende a descrivere nel suo  racconto “Sotto il sole di Rimini” del 1939],  ambientandovi tutti i luoghi comuni possibili in fatto di etica e di retorica  fascista, di sentimento popolare, di fede politica e religiosa. Facendone il  terreno di incontro e di scontro dei suoi personaggi e delle contraddizioni loro  e dei tempi. Personaggi e sentimenti ai quali Campana non esita a dare ben  definita collocazione, anche geografica: il buono e il sano hanno le loro radici  nella terra, nel rude appennino che ha dato i natali al Duce; il cattivo, il  peccato e la lussuria allignano là, sulla Riviera dagli ammalianti e perfidi  bagliori.

Ma, oltre ad offrirci gustosissimi quadretti  romagnol-fascisti scritti con buona penna, il racconto di Campana, a distanza di  quasi un secolo, diventa un documento prezioso per comprendere lo stato della  fama di un luogo che, in quegli anni, stava mutando profondamente e sempre più  velocemente la sua dimensione geografica, economica, culturale e sociale, e che  stava per dare l’avvio a quell’esplosione quantitativa che caratterizzerà gli  anni Cinquanta e Sessanta nei quali diventerà, nella percezione dei vacanzieri  europei, la grande metropoli della divertimento.

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BRISIGHELLA, A DUE ANNI DALLA MORTE, RICORDA GIOVANNI LIVERZANI CON UN INCONTRO E UNA MOSTRA.

 2015 fonda liverzanicopertina 1   domenica 28 giugno –      La Memoria storica “I Naldi-Gli Spada” di Brisighella, che si propone di mantenere ed evidenziare il patrimonio culturale di questa terra, difendere l’entità e l’identità, divulgando e valorizzando gli studi e le opere, dedica ogni anno per la sezione sport  “I brisighellesi si raccontano” un incontro, correlato da una mostra su un concittadino illustre che con la Sua attività abbia portato il nome del piccolo Borgo in Italia e nel mondo.

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Questo anno è dedicato ad un pluricampione italiano e mondiale del Tiro a Segno Nazionale, pistola automatica,  Giovanni Liverzani, miglior atleta italiano degli anni ’70, con un palmares di titoli tra europei, mondiali, tre partecipazioni olimpiche, Tokio 1964, Città del Messico 1968 e Monaco 1972, primatista di un titolo mondiale nel 1970 con 598/600 a lungo imbattuto. L’evento  si è tenuto Venerdì 26 giugno 2015  ore 20.30. La mostra resterà aperta dal 3 luglio al 21 agosto 2015 dalle ore 20 alle 23,30 nella sede della Memoria Storica nella Loggetta “Miro Fabbri” – via Naldi, 17 – Brisighella il venerdi (tradizionale mercatino)ed il sabato  e  su  prenotazione 328 783 4660 –

E’ sicuramente una mostra da non perdere.

 

Iscriz. nel rg. del Tribunale di Firenze il 3/06/2010 n. 5780, Direttore Responsabile RAFFAELLA RIDOLFI