Silva Gurioli Presidente della Sezione FIDAPA (Federazione Italiana Donne Professioni e Affari) di Marradi per il biennio 2019-2021

fidapa-fotolunedì 11 novembre

Si è tenuta presso il “Centro Dino Campana” l’Assemblea delle socie della Fidapa di Marradi convocata per l’insediamento della nuova Presidente e del Comitato di Presidenza eletto nel giugno scorso. La neo Presidente, in occasione del ventennale, ha ricordato il recentissimo articolo di Aldo Cazzullo sul “Corriere della Sera”: Quello che gli uomini non dicono “ Siete mai state alla cerimonia delle candele della Fidapa? Bisognerebbe andarci!…..Sono donne come le fidapine ad aver realizzato la democrazia in Italia, ad aver costruito giorno per giorno il diritto delle donne di uscire di casa, lavorare, essere pagate in modo dignitoso, rendersi autonome e indipendenti, affermarsi nella società ed anche esercitare un comando sugli uomini. All’inizio furono le maestre, che hanno cresciuto generazioni di italiani. E le segretarie, che tenevano la contabilità delle aziende che rinascevano dopo la guerra. Poi poco per volta le donne hanno conquistato vari campi. La medicina, l’imprenditoria, la pubblica amministrazione”.

L’Associazione che raggruppa donne di Marradi e di Faenza, molto attiva fin dal 1999, recentemente ha pubblicato la ristampa del libro “ Ricette a memoria”, edizione aggiornata e integrata con nuove ricette. La pubblicazione ebbe un grande successo esaurendo le 2500 copie stampate. Anna Gentilini, che ha curato la nuova edizione insieme a Rosanna Billi e Silva Gurioli, conferma: “…I lusinghieri giudizi dei lettori e le numerose richieste di privati che ci chiedevano di ripubblicarlo ci hanno convinto a rimetterci in questa non facile impresa. Lo abbiamo ampliato con nuove ricette, ricavate dalla tradizione culinaria delle nostre famiglie preparate con quello che ci offre la natura: i fiori, i frutti, le bacche, le foglie dei nostri prati e dei nostri boschi. Ecco allora le marmellate e le gelatine di mele cotogne, di alchechengi, di corniole, di rosa canina e lo sciroppo di sambuco, solo per fare alcuni esempi, presi dai miei ricettari. In particolare abbiamo voluto far conoscere la crostata di lillà: una ricetta in uso nei tempi antichi, abbastanza facile da preparare, donata dalla priora del Monastero delle Domenicane, Suor Maria Paola Borgo, a mia figlia Barbara perché la inserisse nella pubblicazione “Aspetti del Sacro: il gusto della Cultura, la Cultura del gusto”. Questa torta veniva offerta in occasione della vestizione delle monache ed il fiore di lillà, specie quello bianco, che simboleggia l’innocenza e la verginità, rappresentava la purezza delle fanciulle che diventavano spose del Signore”.

Per Silva Gurioli che è stata Presidente della Sezione Arno di Firenze e Fondatrice e prima Presidente della Sezione di Marradi e succede a Nella Scagliarini, è un ritorno alla guida del sodalizio presente ormai in oltre cento Paesi del mondo che ha avuto un ruolo importante nella crescita della consapevolezza delle donne.

Nel suo lavoro sarà affiancata dalla past president, dalla faentina Tea Quarneti come vice presidente, da Rosanna Billi, tesoriera e da Anna Gentilini, segretaria.

Inaugurata a Marradi la mostra personale del pittore faentino “Edo Bianchedi”

bianchedilunedì 14 ottobre

E’ stata inaugurata al Centro Culturale Dino Campana di Marradi alla presenza del Sindaco Tommaso Triberti e dei numerosi studiosi campaniani intervenuti alla presentazione del libro trent’anni per Dino Campana curato da Mirna Gentilini, la mostra del pittore faentino Edo Bianchedi che rimarrà aperta al pubblico nelle domeniche di ottobre 20 e 27 (negli orari 11-13- 15-17) e che potrà essere visitata nei giorni di apertura del Centro Studi Campaniani (martedì e venerdì dalle 17 alle 19).

Rodolfo Ridolfi, introducendo la mostra dove è esposto anche il “ritratto di Dino Campana”, realizzato per questa mostra e riprodotto nella quarta di copertina del libro per i trent’anni del Centro, che rimarrà nel Museo “Artisti per Dino Campana”,ha detto: “ A Faenza, nei primi anni del 900, si era formato un gruppo di artisti particolarmente vocati alla maiolica. Il cenacolo che da Baccarini prenderà il nome e che coinvolgeva artisti di grande talento come Domenico Rambelli, Giuseppe Ugonia. A questa tradizione ed a questa scuola si formerà anche il pittore Franco Gentilini, autore dello splendido ed inconfondibile ritratto di Dino Campana. Nel dicembre 2016 alla mostra voluta dalla Cassa di Risparmio di Imola insieme al Campana del Costetti del 1913 c’era anche il ritratto di Lamberto Caffarelli di Giannetto Malmerendi del 1920. Una tela ad olio 65×50 Caffarelli maestro di cappella ed organista nella cattedrale di Faenza, ebbe rapporti anche con il cosiddetto Cenacolo Baccarini e qui probabilmente conobbe Campana come confidò a Padre Albino Varotti. Edo Bianchedi ha conosciuto Caffarelli e nel 2000 ha realizzato lo splendido ritratto 46×56 che abbiamo il piacere di ammirare anche nell’odierna vernice insieme al ritratto di Dino Campana. Edo Bianchedi nasce a Faenza nel 1950 ha frequentato la vecchia nota scuola Tommaso Minardi di Faenza, sotto la guida del famoso artista insegnante Domenico Matteucci. Edo trasferisce il suo talento nelle sue opere: nature morte, nature morte di caccia e nei suoi ritratti. L’arte di Edo è un inno al realismo in ogni sua sfumatura con l’obbiettivo di cogliere l’essenza dei soggetti attraverso una tecnica pittorica classica. Nella pittura di Edo ci sono contaminazioni o come gli piace dire c’è un occhio al Seicento e ai pittori fiamminghi. Nella Romagna è conosciuto anche per aver realizzato i pannelli in ceramica nella parrocchia di Santa Lucia e per aver affrescato le pareti del ristorante Manueli. Inserito nella realtà artigianale di Faenza, capitale della maiolica, fino a metà degli anni novanta si è occupato anche di ceramica e pittura su ceramica, realizzando vasi, piatti, ritratti e pannelli. Le tecniche che Edo utilizza sono la pittura a olio su tela e su tavola, il disegno a matita e carboncino, il disegno a china e gli affreschi su parete. Schivo per natura, ha trascorso la maggior parte della sua vita tenendosi lontano dal dibattito artistico nonostante la sua pregevole formazione culturale. Negli ultimi anni, grazie all’interessamento dei familiari, di estimatori e di alcuni esperti che hanno avuto la fortuna di scoprire i suoi lavori, ha accettato di confrontarsi con un pubblico più ampio: appassionati, critici, collezionisti o semplici ammiratori della sua pittura. Così nascono: la mostra monografica di Bologna alla Galleria d’Arte Sant’Isaia del settembre 2016, la personale del novembre 2017 al Centro culturale “Primola” di Imola e la mostra “Natura viva,natura morta :il vero pittorico di Edo Bianchedi tra realtà e rappresentazione”. Galleria Comunale “La Molinella” Faenza 2018. Pensando ad Edo pittore alle sue opere e soprattutto ai suoi ritratti mi vengono in mente le parole di George Bernard Shaw: “Si usa uno specchio per guardare il proprio viso; e si usano le opere d’arte per guardare la propria anima.”

Da Lepanto e Ratisbona ai tortellini ripieni di carne di pollo 448 anni dopo

Lunedì 7 ottobre

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I musulmani estremisti odiano e combattono i cristiani in una guerra totale e senza quartiere contro l’Occidente. Anche il 2019, non ancora concluso, è stato un anno di guerra senza confini e senza tregua dell’Islam alla nostra civiltà . Di fronte alle violenze perpetrate dallo Stato islamico si fanno ancora più attuali le due domande poste dal Papa emerito Ratzinger nel 2006 al mondo islamico. La prima domanda riguardava la libertà religiosa: «Possono i musulmani trovare, all’interno delle loro risorse intellettuali e spirituali, argomenti islamici a favore della tolleranza religiosa (inclusa la tolleranza verso coloro che si convertono ad altre fedi)?». La seconda domanda riguardava la struttura delle società islamiche: «Possono i musulmani trovare, sempre all’interno delle loro risorse intellettuali e spirituali, argomenti islamici per distinguere tra autorità religiosa e politica in uno Stato giusto?». Per Papa Benedetto XVI il «dialogo inter-religioso tra cattolici e musulmani dovrebbe concentrarsi su questi due temi». Da questo punto di vista, la Chiesa cattolica avrebbe molto da insegnare, visto che è riuscita a separare potere temporale e spirituale «giocando un ruolo chiave nella società civile, ma non direttamente nella governance, senza arrendersi alla filosofia politica secolare».Un simile processo «è possibile nell’islam? Questa era la Grande Domanda posta da Benedetto XVI nel discorso di Ratisbona. Ed è una tragedia di proporzioni storiche che la domanda non sia stata compresa, prima, e ignorata poi». Ora che l’attualità di Ratisbona è davanti agli occhi di tutti, e che Benedetto XVI l’ha rilanciò  parlandone come di «una questione essenziale per il futuro del nostro Continente». E spiegando: «Il confronto fra concezioni radicalmente atee dello Stato e il sorgere di uno Stato radicalmente religioso nei movimenti islamistici, conduce il nostro tempo in una situazione esplosiva, le cui conseguenze sperimentiamo ogni giorno. Questi radicalismi esigono urgentemente che noi sviluppiamo una concezione convincente dello Stato, che sostenga il confronto con queste sfide e possa superarle». I leader cristiani devono preparare la strada» per il dialogo sul futuro dell’islam come improntato dal Papa emerito «chiamando per nome in modo esplicito le patologie dell’islamismo e del jihadismo; ponendo fine a scuse anacronistiche per il colonialismo del XX secolo; e affermando pubblicamente che, quando bisogna affrontare fanatici malvagi come quelli responsabili per il regno di terrore instaurato non solo in Siria e Iraq ma in Europa e nel mondo occidentale, la forza militare, dispiegata in modo preciso da chi ha la volontà e i mezzi per difendere gli innocenti, è moralmente giustificata come lo fu per il padre domenicano Ghislieri, Papa  San Pio V, la battaglia di Lepanto.

All’alba del 7 ottobre 1571, infatti, esattamente quattrocentoquarantotto anni fa, aveva inizio, nelle acque di Lepanto, porto della costa ionica, situato di fronte al Peloponneso e non distante da Corfù, una delle più grandi battaglie navali della storia, frutto glorioso degli sforzi della Cristianità. Ci sembra importante ricordarne l’anniversario, e ricordarlo nel modo più serio in questi anni in cui si è riaffermata prepotente e ad oggi incontenibile l’aggressione violenta e terroristica del fondamentalismo islamico. Lepanto fu una grande vittorie dell’Occidente, una vittoria della Cristianità. Una vittoria contro un mondo di volta in volta arabo,musulmano, islamico ferocemente aggressivo. Un mondo però che ogni volta, e proprio nel cuore dell’Europa, si è infranto contro il valore degli Europei, decisi a non cedere la propria terra le proprie radici, a non lasciare annientare la propria cultura e civiltà fino all’estremo sacrificio. Un’epoca nella quale la Cristianità non confondeva ancora la carità, con una solidarietà che ne è oggi la caricatura: spesso alibi per chi è disposto a sacrificare la propria civiltà per un egoistico bisogno di apparir buono a sé stesso, che in realtà nasconde un infinito opportunismo di affari sulla pelle dei disperati. A Lepanto e poi a Vienna, l’Europa difendeva il suo modello di civiltà. Sì, ma difendeva anche, le sue chiese e le sue istituzioni. Oggi di fronte all’aggressione del fondamentalismo islamico, la nuova flotta islamica, gran parte dell’occidente sembra aver perso ogni riferimento all’orgoglio di appartenere ad un mondo libero. l’Islam, oggi come oggi, è forte perché ha più valori di noi.
La guerra era stata dichiarata a Venezia dai Turchi all’inizio dell’anno precedente: ma all’intimazione di abbandonare Cipro, la Serenissima aveva risposto con un netto rifiuto. La resistenza veneziana, sotto il comando di Nicolò Dandolo, fu tenace, ma non fu possibile evitare lo sbarco e, nonostante le fortificazioni di Nicosia, ancora oggi visibili, fossero appena state innalzate, e la lunga ed eroica difesa, la città fu presa il 9 settembre 1570. Le navi cristiane si riunirono a Messina. Erano 208 galere, vale a dire vascelli a remi e a vela armati con artiglieria pesante sulla piattaforma anteriore e leggera sui fianchi. Il grosso della flotta era costituito dalla squadra veneziana: 105 vascelli; quindi la squadra di Filippo II Re di Spagna, comandata da Gian Andrea Doria, con 81 navi di cui 14 spagnole; la squadra pontificia schierava 12 navi. Tre navi erano genovesi, tre dei Cavalieri di Malta e tre addirittura del Ducato di Savoia. Comandante generale era Don Giovanni d’Austria, fratello del Re di Spagna. Anche ai tempi di Lepanto, anno 1571, la pace era un sentimento condiviso da tutti, Però nessuno era pacifista. Ovvero l’umanità aspirava alla pace essendo consapevole che in certi casi la guerra non solo risulta ineluttabile, ma spesso necessaria, auspicabile addirittura. Allora, poi, nessuno che appartenesse al mondo occidentale cristiano avrebbe parteggiato per un Alì Muedhdhin Zadeh Pascia, l’ammiraglio della flotta ottomana o per un Mehmed Alì che guidò la presa di Otranto o per il Feroce Saladino. Affinché Don Giovanni D’Austria, Marcantonio Colonna, Gian Andrea Doria cogliessero la vittoria si pregava nelle case e nelle chiese. Non c’era chi manifestasse contro di loro nelle piazze, chi giudicasse quella guerra ingiusta, chi invocasse il dialogo con gli ottomani. Perché gli ottomani, gli islamici, erano il nemico. Nemico individuale e nemico di una civiltà, di una cultura, di una fede che era la civiltà, la cultura e la fede dell’Occidente. Nemico aggressivo, che non aveva il bisogno d’esser provocato per manifestare la sua inimicizia. Tutto ciò che non è Islam -«Dar al Islam»- è per l’Islam e per gli islamici «Dar al Harb», luogo della guerra. Se l’Occidente non avesse coltivato la «virtude» di opporsi loro anche con le armi, soprattutto con le armi, probabilmente San Pietro sarebbe una moschea e il campanile di San Marco un minareto da dove il muezzin esorta a pregare Allah. Lepanto si limitò a far tirare il fiato alla cristianità e a momentaneamente ripulire il Mediterraneo dagli sciami di vascelli islamici che lo infestavano. Ma a Kalhenberg, nei pressi di Vienna, poco più di un secolo dopo l’Occidente arrestò e per sempre la travolgente corsa in avanti dell’Islam. Se i viennesi non avessero retto all’assedio, se Innocenzo XI avesse predicato la pace invece di promuovere la coalizione cristiana, se il 2 settembre del 1683 i 65mila del polacco Giovanni Sobieski non avessero travolto i 200 mila ottomani di Kara Mustafà, Vienna sarebbe caduta e con Vienna, la nostra civiltà perché nulla avrebbe più potuto fermare la progressiva islamizzazione del continente. Dovremmo oggi dopo le Torri gemelle, Madrid e Londra, l’Iraq e l’Afganistan, la Siria e Bengasi Parigi, Bruxel, Nizza, Berlino e Barcellona e poi quel 26 luglio 2016 quando all’interno della chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, presso Rouen in Normandia  i  terroristi islamici hanno sgozzato  Padre Jacques Hamel di 86 anni   mentre celebrava la Santa Messa il primo prete sgozzato in nome di Allah in terra europea dopo secoli e secoli, le ricorrenti stragi di donne, bambini e preti cristiani, rammaricarci che per impedire tutto ciò si sia combattuta una guerra? C’è forse qualcuno che ritiene che Papa Odescalchi invece di incrociare le armi avrebbe dovuto dialogare con Maometto V? O «aprire» un tavolo? Sobieski o Eugenio di Savoia avrebbero dovuto guidare una missione umanitaria piuttosto che attaccare gli assedianti? Magari attenendosi pedantemente alle «regole di ingaggio», oggi tanto di moda? Ma soprattutto, crediamo che il dialogo, i tavoli, la predicazione della pace, le missioni umanitarie avrebbero fermato la spinta espansionista dell’Islam, la sua guerra non a caso definita «santa»? Dopo la vittoria di Lepanto, avvenuta proprio nella prima domenica di ottobre (7 ottobre 1571) che già da tempo costituiva il giorno di raduno e di preghiera delle confraternite del Rosario, san Pio V che, dicono le cronache, era già sicuro della vittoria prima ancora di averne ricevuto notizia, decretò che ogni prima domenica di ottobre si sarebbe dovuta commemorare con rito semplice Nostra Signora della Vittoria. Attualmente il 7 ottobre si celebra una memoria semplice intitolata alla Beata Maria Vergine del Rosario. Nelle litanie lauretane Maria è invocata come «Auxilium christianorum» a partire dalla vittoria di Lepanto. Certamente, la vittoria era stata ottenuta grazie a “la intelligentissima prudentia de i nostri generali, la bravura e destrezza de i capitani in mandare ad effetto, il valore de’ gentiluomini e soldati nell’essequire”. Ma, più ancora, a ben altre forze, secondo la bella espressione del senato veneto: “Non virtus, non arma, non duces, sed Maria Rosarii victores nos fecit”, “non il valore, non le armi, non i condottieri ma la Madonna del Rosario ci ha fatto vincitori”. Del resto, la vittoria di Lepanto era avvenuta nel giorno in cui le confraternite del Rosario facevano tradizionalmente particolari devozioni.

Rodolfo Ridolfi direttore responsabile

I testi delle Opere vincitrici del “Campana on line 2019”

 

Ubaldo Bitossi-Rodolfo Ridolfi-Emanuela Dalla Libera
Ubaldo Bitossi-Rodolfo Ridolfi-Emanuela Dalla Libera

domenica 29 settembre

Pubblichiamo i testi delle tre  liriche che si sono aggiudicate il Campana on line 2019:

 

L’opera 1^ prima classificata al Premio Campana 2019:

Non mi chiedo che colore avrà il cielo

 

Non mi chiedo che colore avrà il cielo

domani, né con quali suoni il mondo

scioglierà il velo delle fate Morgane

sui lidi assopiti in orizzonti lontani.

Raccolgo ogni giorno in ampolle miniate

la rugiada venuta a sopire il bruciore

di ieri, e al vento affido i rumori distorti

dell’anima in pena, ché lontano li porti

a svanire, ché altre parole addolciscano

labbra ferite da salsedine aspra tra i sogni

periti sull’orlo del chiaro e altri sguardi

catturino spazi in porti al riparo del buio.

Una quiete sommessa attingo ogni istante

dai varchi infiniti aperti dal sole tra dune

dal silenzio abitate, liberi i sensi abbandono

nell’incavo azzurro del mare, e in battiti

eterni tramuto ogni atomo dolce di vita

strappato nel tempo al suo scorrere amaro

 

L’opera 2^ classificata-

Ho visto

 

Ho visto gocce di rubino

tinger braccia e madri,

cavalli in legno vomitare inganni

e una notte calata a coprire

angoli spirati tra veli di timida perla.

Su lente acque affacciarsi ho visto

volti accompagnar rondini lontane

e più di mille boati, forti urla di dolore.

Ho visto la sera con tiepide mani coprire

campi di maggio e papaveri tagliati

da averne ancora pane.

(Firenze, Georgofili, 27 maggio 1993)

 

 

 

L’opera 3^ classificata

Follia di Patrizia Socci

 

Follia…

Mi cova dentro un rancore

un fuoco verso il genere umano

un tumulto infinito

un terremoto dell’anima

vero corto circuito dei sensi.

Non basterebbe

un caldo bagno di sangue

per placare l’angoscia

per asciugare le mie spalle

zuppe di pioggia.

La testa scoppia di ricordi

vanno e vengono i fantasmi

di una vita.

Tra lenzuola sgualcite

la rabbia non trova riposo.

Se almeno il mondo esplodesse

potrei cancellare

il fantoccio di cartapesta

e colmare quel vuoto

con un caldo bagno d’amore.

Mi cova dentro una sottile

impercettibile follia

spietata più di una malattia

Sandro Cosmai consegna il premio ad Alberta Tedioli
Sandro Cosmai consegna il premio ad Alberta Tedioli

 

 

 

 

 

 

Il Premio per la lirica più musicale, istituito da Opera In-Stabile, è stato assegnato Ad Alberta Tedioli per la sua lirica:

Dio Io

Ognuno sta rinchiuso

nel cuor di se stesso.

Ed è subito io.

Ed è solo io

Ed è sempre io

Un panorama di finestre chiuse

aprite!

Tanti io là dentro

vogliono il te che serve all’io

chiamano chiedono vogliono

ma da chi

umanità senza umanità

Che supplizio amare

che tortura dare

che sempre tu sia lodato

anche se non te lo sei meritato

il noi è scappato

andate voi a cercare il noi

io sto qui sulla strada vuota

nella casa tutta mia

il silenzio della vita

dove nulla germoglia

nella valle echeggia un grido

io io io io io io io

ma non c’è nessuno

 

 

P.S.

 

 

Iscriz. nel rg. del Tribunale di Firenze il 3/06/2010 n. 5780, Direttore Responsabile RAFFAELLA RIDOLFI